giovedì 16 luglio 2009

Generazione nè-nè

Scorrendo le notizie su web sono finito per leggere anche questo articolo
che addirittura è proposto come "rapporto sulla gioventù" nel quale attraverso una testimonianza si cerca di fare la radiografia alla "generazione nè-nè" cioè nè studio nè lavoro. La lettura di questo articolo mi ha particolarmente infastidito incluso una decina dei 199 commenti che vi erano riportati perchè, opinioni a parte, mi pare che alla fine si cerchi di mettere insieme un caleidoscopio di pregiudizi, luoghi comuni e casi particolari nel tentativo di comprendere un fenomeno che si afferma sociologi e psicologi conoscano bene ma che di fatto non viene per nulla spiegato se non attraverso, appunto, casi particolari e opinioni. Insomma come al solito mi pare un articolo tipico di quell'informazione senza approfondimento che per altro non riporta dati statistici completi, bibliografia e riferimenti né a supporto della tesi, qualora vi sia espressa una tesi, né a supporto dell'approfondimento.

Degli ignavi parlava già Dante e che la loro esistenza provochi stupore o debba essere il tema di un articolo o di uno studio demografico mi pare decisamente eccessivo. Questa posizione si può riassumere in "non ci sono più i giovani di una volta" quando invece c'erano allora e ci sono anche oggi. Altro ritornello quello, in puro stile anni '70, che cerca di dare la colpa alla famiglia: gli ignavi sono aumentati a dismisura per via del comportamento apprensivo e assistenzialista dei genitori che ne hanno fatto dei bamboccioni incapaci di sostenere la fatica di vivere produttivamente. Ma anche questa è una dietrologia che vale poco perchè, anche qualora fosse vero in termini statistici che vi sia una qualche correlazione non trascurabile fra benessere di famiglia e pigrizia della prole, comunque non sembra aiutare nè a comprendere il fenomeno nella suo interezza nè a comprenderne le ragioni. Questa posizione si può riassumere in "ben fanno quelli che se lo possono permettere di non far nulla". Infine si cerca di spiegare il fenomeno addossando le responsabilità al sistema che non prevede un cambio generazionale nella società del lavoro salvo però poi affermare che quelli che vanno in pensione lasciano il posto ai figli, mogli, amanti, amici e congiunti. Questa posizione si può riassumere in "aspettano che i loro genitori vadano in pensione per andare a lavorare".

La domanda che evidentemente si pone è: "perchè i giovani non studiano e non lavorano più?". Credo che la domanda. eventualmente, giusta da porsi sarebbe quella del: "perchè i giovani dovrebbero studiare e lavorare?". Partiamo dallo studio: una volta la scuola era abbastanza qualificante e se si proseguiva all'università si poteva sperare, in assenza di aiuti famigliari e amicizie, di eccellere e andare a fare carriera all'estero. Oggi le scuole sono molto poco qualificanti: si distribuiscono nozioni ma non si insegna alcun metodo di studio e di ragionamento quindi si arriva all'università incapaci di studiare autonomamente. Le università si sono date un nuovo ordinamento permettendo allo studente di superare l'esame di un corso facendo tanti piccoli scritti, cioè spezzettando in unità sempre più piccole il sapere in maniera che possa essere tenuto a mente. Però affinché le nozioni possano formare cultura e conoscenza debbono essere personalmente rielaborate dallo studente e ordinate in uno schema concettuale che permetta di poter vedere ogni singola nozione come il tassello di un mosaico più grande. Il valore aggiunto della cultura non è la nozione, il tassello, ma essere riusciti a crearsi un'immagine interiore del mosaico nel quale ogni tassello ha un suo posto, un suo nesso e un suo senso. Perciò anche lo studente migliore sa che difficilmente con un sistema scolastico e universitario così organizzato potrà competere globalmente: nessuna carriera in Italia, come prima, nessuna carriera all'estero. Perciò la maggior parte di quelli che non possono accedere a strutture didattiche altamente qualificate sviluppa il serio dubbio che ciò fa avrà mai un qualche risvolto pratico. Inutile dire che la se la cultura è anche un piacere questo piacere è dovuto alla visione complessiva del mosaico non certo all'analisi superficiale di un certo numero di tasselli. Perciò oltre allo stimolo pratico cessa anche lo stimolo morale allo studio. Si studia il poco necessario per poter rimanere in classe con i propri amici, nè più, nè meno.

Il mondo del lavoro ha subito una radicale trasformazione dovuta a una parziale liberalizzazione del mercato del lavoro. La flessibilità esiste quasi solo per i giovani mentre la maggior parte delle persone di mezza età sono vincolati da contratti inscindibili, salvo quando chiudono interi stabilimenti. La cosa buffa, ma che non fa ridere, è che in questo modo per flessibilizzare il mercato dei lavoratori over 35 bisogna, di fatto, delocalizzarlo altrove: "tengo famiglia non mi licenziate" = "perdo il posto di lavoro mio e anche quello per mio figlio". Quindi i giovani cambiano continuamente lavoro, sottopagati e senza possibilità di fare carriera, trovandosi costantemente sottomessi a persone che in media stanno dove sono semplicemente perchè erano lì prima.

Per cosa si lavora?
  • per costruire una carriera di successo
oppure
  • per vivere dignitosamente
oppure
  • per fare e crescere una famiglia.
All'epoca di mio padre si poteva pensare, attraverso il lavoro, di ottenere almeno uno dei tre risultati. Oggi un giovane sa che, contando solo sulle sue proprie forze, probabilmente non riuscirà a raggiungere nessuno dei tre risultati mentre persone dell'età di suo padre si trovano in posizioni immuni da qualsiasi flessibilità. Mi pare ovvio che davanti a questa prospettiva qualsiasi giovane di buon senso, che se lo possa permettere, attende di prendere il posto del padre almeno in senso lato. Il quale padre dal canto suo mantiene stretto con i denti il suo posto di lavoro perchè tiene famiglia e figlio disoccupato. Perciò il datore di lavoro chiude lo stabilimento e recupera i soldi del trasloco andandolo a riaprire in quei paesi dove costa meno.

Perché si parla solo di quelli fra 15 e 35 anni? Perché gli ignavi convinti sono solo in questa fascia di età? Semplicemente perchè si è guardato solo a quella fascia di età. Primo perchè sotto ai 15 anni è molto difficile distinguere ciò che è tipico dell'individuo piuttosto che essere tipico dell'ambiente sociale e famigliare dal quale proviene. Secondo perchè se si osserva la disoccupazione over 35 si tocca il dramma: si comprende che non si tratta di una generazione nè-nè ma di un problema sociale. Il mondo del lavoro è flessibile cioè estremamente precario per coloro che non hanno un posto fisso e di contrappasso probabilmente umiliante per la maggioranza degli altri che in funzione di questa supposta garanzia sottostanno a qualsiasi compromesso. C'è un'enorme sperequazione di trattamento fra le varie tipologie contrattuali ma soprattutto quello che genera la così detta generazione nè-nè è che tale discriminazione è principalmente rivolta a loro danno. Semplicemente non ci sentiamo parte della società perchè la società non ci offre nessun realistica possibilità, a fronte di un impegno grande a piacere, di ottenere almeno una delle tre cose importanti della vita: carriera, famiglia, dignità.

La generazione nè-nè dovrebbe lavorare oggi per pagare le pensioni dei loro nonni, dovrebbe lavorare domani per pagare le pensioni dei loro papà. Ma la generazione nè-nè sa benissimo che per loro non ci sarà pensione. La generazione nè-nè nasce dal trovarsi di fronte a un bivio: riuscire a ottenere abbastanza successo da pagarsi la pensione da soli oppure godersi la vita finché si è giovani, arricchirsi di sempre nuove esperienze e magari di conoscere la persona giusta, di avere l'idea giusta, di emigrare nel paese giusto o per lo meno di salvare il salvabile: se stessi. Questa posizione si può riassumere con "ho visto persone lavorare fino a disfarsi, fino a esaurirsi e poi ho visto che le gettavano da parte come oggetti, ho visto altri vivere della loro fortuna, senza fatica, senza merito se potessi scegliere sceglierei ma se non posso scegliere allora preferisco non giocare a questo gioco perchè ho solamente da perdere".

La generazione nè-nè non esiste! Esistono quelli che possono vivere senza lavorare, quelli che sono ignavi dalla nascita, quelli costretti a lavorare (fin quà in proporzioni variabili sono tutte categorie sempre esistite) e infine, novità di questi tempi moderni, quelli che scelgono più o meno deliberatamente di non fare parte del sistema; semplicemente perchè il sistema a cui gli si chiede di aderire è un tritatutto e loro sarebbero la carne da macinare. La generazione nè-nè non esiste! Invece esiste una profonda disomogeneità nelle condizioni di lavoro e una diffusa assenza della merito come metro di giudizio, di carriera, di successo e quindi di etica.

I nostri nonni hanno chiesto ai nostri padri di pagare la loro pensione dandogli in cambio un paese ricostruito dalla guerra. I nostri padri hanno ereditato la quinta potenza industriale mondiale e l'hanno ridotta a un paese di corrotti, incapaci, fannulloni, ipocriti, lecchini, ballerine e sultani. Ci chiedono di pagare la loro pensione ma cosa ci offrono in cambio? Ci hanno messo al mondo, cresciuti e viziati perchè pagassimo la loro pensione? Ma i loro padri non li hanno messi al mondo e cresciuti al meglio delle loro possibilità? Il patto sociale è che noi si erediti un mondo migliore dai nostri padri che ci hanno messo al mondo e cresciuto; noi in cambio paghiamo la loro pensione e mettiamo al mondo dei figli, li cresciamo e gli lasciamo un mondo migliore così che i nostri figli faranno con noi quello che noi abbiamo fatto per i miei padri. Se questo non avviene il patto sociale salta, magari salta una generazione, magari crolla. La generazione nè-nè non esiste! Esiste una generazione in attesa di sapere quale sarà il nuovo patto sociale, nè più, nè meno. Se la generazione nè-nè non ha fatto un altro '68 è solamente perchè ci avete comperato la playstation, siamo stati viziati abbastanza da non sentire il bisogno di ribellarci, silenziosamente, pazientemente, dolcemente, stiamo aspettando di sostituirvi lasciandovi, nel frattempo, un ampio margine di manovra per continuare a fare peggio di ora. Questo - soltanto questo - è il nostro peccato: non buttare a gambe all'aria coloro che hanno infranto il patto sociale! Per questo non ci punite se non con i vostri asfissianti luoghi comuni.

martedì 7 luglio 2009

leadership e società

E' evidente che la democrazia non è un sistema capace di sviluppare una classe dirigente consona al ruolo infatti il metro della democrazia è il voto il quale in genere è metro del consenso che in altri termini è il metro della simpatia anzi della simpatia di massa. Ora riguardo alla massa esiste un'ampia documentazione nella quale si afferma che il comportamento dell'individuo in mezzo alla massa si allinei con la moda. Una semplice dimostrazione di questo fatto è: immaginatevi in mezzo a una piazza piena di gente (magari a capodanno) e immaginate di assumere un comportamento decisamente fuori moda... ebbene vi troverete circondati da una massa che non vi comprende e noi sappiamo bene cosa succede, a torto o a ragione, agli incompresi. L'uomo occidentale sistematicamente distrugge ciò che non comprende. Quindi l'individuo nella massa dissolve la sua difformità e si allinea con la moda per evitare di essere distrutto (in altre parole autodistrugge la sua individualità per salvare la sua individualità fisica). Si potrebbe quindi, per contro, pensare che un leader sia qualcuno che semplicemente crea la moda ma uno stilista non è un leader infatti quel tipo di moda viene soppianta stagionalmente da un'altra moda.

La leadership non ha a che fare con la vendita, anzi, in quanto il rapporto è uno a molti mentre il piazzista lavora sulle persone prese singolarmente. Il politico lavora sul consenso mentre un leader lavora sulla fiducia la differenza è che un politico ha il potere che gli conferisce il consenso quindi spesso ha le mani legate rispetto allo stato delle cose. La leadership è sempre un fatto "rivoluzionario" in quanto sia in modo pacifico sia in modo violento conquista il potere e lo esercita indipendentemente dallo status quo. Un leader nell'apoteosi della sua leadership è in grado di entrare in conflitto con un numero grande a piacere di individui ma nonostante questo s'impone come leader proprio perchè riesce a sostenere di essere individuo non conforme in mezzo alla massa: ecco perchè la leadership propriamente detta si esercita sulla massa e non sull'individuo isolato.

Si possono portare a esempio diversi leader ma ne voglio citare due in particolare che mi paiono decisamente grandi in opposte direzioni: Hitler e Gesù (occupandoci di quest'ultimo come fenomeno sociale/umano e lasciando ai teologi il loro mestiere). Osservando questi due esempi potremmo arrivare alla conclusione che se un leader non è "illuminato" conduce a disastrose catastrofi e immani sofferenze. Il problema è che a priori è molto difficile stabilire quale leader sia illuminato e quale sia invece ottenebrato da una volontà di distruzione proprio per la natura rivoluzionaria della leadership: tanto è forte la leadership maggiore è la rivoluzione che propone. Quando parlo di rivoluzione la intendo in senso di cambiamento dello status quo e non in senso politico o in senso di progresso infatti una rivoluzione potrebbe ristabilire modelli precedenti (restaurazione). Comunque se il termine rivoluzione apparisse troppo politicizzato si sostituisca ad esso un termine che dia il senso di un cambiamento non marginale.

Il problema per la società è quindi piuttosto complesso poiché se la democrazia evolve una classe dirigente progressivamente sempre più inetta è ugualmente vero che la leadership genera rivoluzioni le quali sono sempre negative per lo status quo, cioè per coloro che in quella situazione si trovano a loro agio, e non sempre sono positive in generale perchè magari troppo improvvise o troppo radicali. Il punto è che noi ci focalizziamo sul leader perchè di esso ci attrae il fascino. Così la storia raccontata dal punto di vista di quelli che non l'hanno vissuta ma dei posteri è comunque incentrata sulla vita e sulle imprese dei leader. Io però mi sto rafforzando nella convinzione che un leader sia qualcosa di molto più simile a uno strumento piuttosto che a un vero e proprio capo. Certo il fascino del leader deriva anche dalla creatività della sua visione ma spesso ciò che un leader realizza con la sua capacità non è propriamente tutta farina del suo sacco ma dipende molto dall'illuminazione che lo muove: un consigliere dietro le quinte. Spesso noi diamo molta importanza alla scelta di un leader e trascuriamo ampiamente di dare, invece, al leader dei buoni consiglieri.

La madre di tutti i leader è la necessità (un'emergenza, una crisi, uno stato di calamità, un nemico che minaccia un attacco, etc. etc.). Quando gli uomini si trovano di fronte a una grave necessità si affidano a un leader, invariabilmente, perchè per come è stato definito sopra è l'unico che riesce a conquistare la loro fiducia e a trasformare questa fiducia, per sua inclinazione, in una rivoluzione (dei costumi, della società, della politica, dell'industria, etc. etc.) e quindi a fronteggiare una situazione altrimenti ingestibile. Per la sua figura carismatica un leader potrebbe essere associato a un padre (il padre della patria, il padre dell'automobile, etc. etc.) eppure nel mio ragionare mi sono convinto che un leader più che un padre è, paradossalmente, un figlio ubbidiente. Ubbidisce alla sua natura di leader e persegue la "sua" visione. In questa iconografia ci sarebbe da chiedersi chi sia il padre di un leader: il consigliere ispiratore quello che gli fornisce l'ispirazione. Se questa visione di leadership è corretta allora là dove la scelta del leader è quasi unica (un leader vero emerge naturalmente ed è in grado di indurre grandi cambiamenti anche con il supporto di una sparuta minoranza) di estrema importanza diventa fornire al leader validi consiglieri affinché il potere da esso gestito sia gestito con oculatezza. Personalmente ho incontrato dirigenti d'azienda decisamente incapaci ma anche dirigenti molto capaci ma che erano consigliati molto male e quindi risultavano pure più distruttivi degli incapaci (che per loro natura sono incapaci tanto nel bene quanto nel male).

Preparare un leader al suo compito è un ossimoro perchè se fossimo capaci di forgiare un leader non ne avremmo bisogno. Perché la leadership si manifesta in maniera palese sempre in condizioni di bisogno. La cosa buffa è che i politici spesso creano lo stato di necessità proprio per governare (il problema della sicurezza, il problema dell'inquinamento, etc. etc.) e da questi temi traggono il loro consenso. Poiché progressivamente la classe politica diventa incapace di rispondere a queste necessità creano le condizioni perchè si manifesti qualcuno che decisamente li sollevi dalle loro incapacità (salvo poi spesso ritornare finito lo stato di necessità). Sempre secondo la visione sopra citata sarebbe opportuno preparare, invece, il maggior numero possibile di ottimi consiglieri. Ma in fondo avere degli ottimi consiglieri non significa avere una classe dirigente capace? Infatti un dirigente è qualcuno che dirige per via della gerarchia mentre un leader è qualcuno che comanda a prescindere dalla gerarchia: se si facesse in modo di avere una gerarchia meritocratica il leader emergente non avrebbe bisogno di fare rivoluzioni e si troverebbe circondato dai consiglieri migliori. Il fatto che un leader non debba fare rivoluzioni ne farebbe un leader moderato. Infatti noi consideriamo la grandezza di un leader in funzione delle grandiosità delle battaglie che ha combattuto ma se organizziamo il sistema in modo da limitare al minimo le battaglie oppure ridurne la portata ovviamente non vedremo mai emergere grandi leader non perchè non ve ne saranno ma perchè non vi saranno grandi battaglie.

Secondo alcuni economisti (i primi furono i marxisti ma poi questa idea fu sdoganata, o meglio liberata dall'ideologia del comunismo, da altri economisti più interessati all'economia che alla politica) il capitalismo è un'economia a scoppio cioè necessariamente per come è strutturato ha cicli di espansione e cicli di riduzione analogamente al ciclo di Carnot che è alla base di tutti i motori termici. Questa teoria si basa su come viene generato il denaro nel sistema capitalistico moderno. In questo modello il carburante del motore a scoppio è il lavoro delle persone. Questo dettaglio abbastanza evidente probabilmente contribuì al parto dell'ideologia comunista secondo la quale un'economia in cui ognuno producesse secondo le sue capacità e ognuno ricevesse secondo le sue necessità avrebbe dovuto essere la soluzione "giusta" salvo poi "capire" che se non si retribuisce in funzione delle capacità le capacità cessano di esistere in quanto inutili all'individuo.

Ora il problema di un sistema economico ciclico è che se tali cicli di espansione e recessione sono tenuti sotto controllo allora in teoria si potrebbe procedere senza mai grossi intoppi: parte della ricchezza accumulata nei periodi di espansione potrebbe essere riutilizzata nei periodi di recessione. Ad esempio il risparmio come volano dell'economia. In questo modello quindi lo stato sociale esiste per permettere alla società di passare attraverso i periodi di recessione senza troppi sacrifici: in fondo d'estate si raccolgono le messi anche per prepararsi ai rigori dell'inverno perciò l'uomo è da quando è diventato agricoltore che fronteggia il problema dei cicli imposti dalle stagioni. Anzi statisticamente le civiltà maggiori si sono evolute nei climi temperati o in microclimi, come quello del Nilo, soggetti a cicli. Infatti affrontare i periodi di crisi seleziona in noi le capacità di organizzare la nostra vita e la nostra società in modo "robusto". In un mondo razionale nei periodi di espansione gli investimenti dovrebbero confluire nella ricerca scientifica la quale dovrebbe funzionare come un accantonamento di competenze per il futuro e nei periodi di recessione nella ricerca applicata che dovrebbe essere il riutilizzo delle ricadute scientifiche per fronteggiare il quotidiano.

Per tenere sotto controllo questo ciclo non serve un leader ma una classe dirigente capace (può anche essere disonesta ma capace di essere disonesta nella misura del tollerabile). Il problema è che secondo una teoria, detta delle tre generazioni, la qualità della classe dirigente basata sul consenso peggiora fino alla terza generazione fino a diventare degli inetti che perdono il controllo del sistema. Se guardiamo alle notizie contemporanee ci accorgiamo che le istituzioni, anche di grandi prestigio, hanno distrutto il risparmio nell'ultima bolla speculativa, hanno distrutto lo stato sociale con la privatizzazione e prima ancora di tutto questo, mi riferisco all'Italia, hanno distrutto la ricerca scientifica. In buona sostanza hanno annullato tutti gli strumenti necessari al controllo del sistema. Una situazione del genere è la classica situazione di necessità che genera nella società un bisogno di un leader forte che riprenda in mano la situazione. In una tale situazione la massa non va troppo sul sottile e tende a scegliere il primo che gli capita, il primo che sia in grado di conquistare la loro fiducia, il primo che in qualche modo li convince di avere il potere di riportare sotto controllo il sistema perchè alla gente intesa come massa, alla fine della favola, importa solo di campare possibilmente senza troppa fatica (la cosa buffa, anche se non mi fa ridere, è che sono le scelte troppo comode a generare un lavoro maggiore del necessario: ripetere ossessivamente un comportamento non ottimale per l'inerzia di cambiarlo con uno migliore). Cosa si aspetta la gente da un leader forte? Che sia in grado di gestire la situazione. Tutto il resto è irrilevante. Qual'è il più evidente dei sintomi che un uomo non ha la situazione sotto controllo? Che non sappia tenere l'uccello nelle mutande! (Oops, non volevo, questa battuta di satira contemporanea mi è proprio scappata!)

Cosa succede quando la gente sceglie un uomo perchè egli sia un leader forte e invece quest'uomo falsifica la realtà con la sua capacità mediatica? Che la situazione rimane fuori controllo ed esattamente come la bolla speculativa anche la bolla mediatica prima o poi scoppia oppure gradualmente si riduce ma il processo di riduzione difficilmente è compatibile con la continuità al potere di chi l'ha generata: ogni balla crea una discontinuità fra idea e realtà. Questa discontinuità si allarga fino a portare alla caduta di colui che l'ha generata oppure alla caduta del sistema che l'ha accettata. Se il leader forte cade allora oltre alla stato di necessità si aggiunge la delusione e l'impressione che non si era scelto un leader abbastanza forte. Più aumenta lo stato di necessità maggiore è il potere che si è disposti a delegare a un leader: se quello di prima non era abbastanza forte allora dovrà esserlo il successivo. Il problema è che maggiore è il potere di un leader e maggiore è il rischio che le sue decisioni siano devastanti in particolare perchè è un leader scelto nell'urgenza della necessità che non è proprio il massimo in termini di buon consiglio.

Coltivare la leadership significa imparare a non avere bisogno di un leader forte cioè fare in modo di scegliere con cura i dirigenti in maniera da non dover scegliere un dittatore d'urgenza perchè l'urgenza è cattiva consigliera. Per non avere bisogno di un leader forte occorre che la classe dirigente sia capace. Perché la classe dirigente sia capace occorre che sia la meritocrazia a individuare la classe dirigente. La meritocrazia è un metro ma occorre individuare quale sia il reale valore da misurare e premiare. Il modello che ho proposto individua il merito in quelle persone che sanno generare risultati sia in termini pratici sia in termini di collaborazione. Collaborare non significa "essere amico di tutti" altrimenti si ricade nel consenso e nel qualunquismo becero ma invece significa premiare, in modo differente, quelli che realmente contribuiscono, sia in termini pratici, sia in termini morali, al raggiungimento del fine comune. Occorre organizzare la società in maniera che essa premi l'individuo che porta benessere alla società stessa. Questa riorganizzazione mi pare l'unica strada realmente possibile per poter tenere sotto controllo un'economia ciclica cercando di rivoluzionare il sistema il meno possibile. Il problema maggiore è la lungimiranza nel senso che anche gli speculatori della bolla immobiliare USA sembravano portare, con i loro dividenti a due cifre percentuali, benessere alla società nel suo insieme, a breve termine almeno, sembravano davvero bravi.

La lungimiranza non può essere proposta come modello perchè essa è troppo rara, per definizione stessa altrimenti sarebbe detta "normomiranza". Occorre usare il buon senso ma sopratutto occorre rispettare il buon senso evitando di inquinarlo perchè inquinare il buon senso modifica il metro di misura e trasforma la meritocrazia e la collaborazione in un sistema ingestibile basato su falsi capitali e sterile individualismo. Essere lungimiranti significa prima di tutto difendere il "buon senso" o altrimenti detto "senso comune" in maniera che non sia raggirato da false promesse. La condanna di Madoff a 150 anni di galera va in questa direzione ma quella è l'America noi abbiamo il falso in bilancio depenalizzato.

venerdì 3 luglio 2009

globalizzazione felice?

Potrebbe essere questa l'equazione capace di muoverci verso un periodo di globalizzazione più felice?

COLLABORAZIONE = GLOBALIZZAZIONE FELICE ?

Già l'anno scorso avevo notato come nel Google Code Jam molti dei primi classificati erano cinesi e indiani. Di recente ho cominciato a Googlare in cerca di studi sul settore IT e in effetti ho trovato che dal 2007 molte industrie hanno cominciato a migrare i loro reparti di sviluppo software in india. Non sto parlando dell'outsourcing dei servizi d'ufficio che gli americani e gli inglesi già fanno da almeno 5 anni visto la comunanza della lingua. Sto parlando proprio di sviluppo software dalla gestione del progetto, allo sviluppo e infine alla gestione dei test.

Mi ha di recente colpito una frase di un imprenditore genovese che mi ha detto "i programmatori sono l'analogo degli operai della generazione precedente" e ancora il suggerimento del ministro Sacconi ai giovani di iniziare una professione come imbianchini: lavoro decisamente non delocalizzabile. Queste due affermazioni si sono mescolate con "The World is Flat" (Thomas L. Friedman). Sono quindi giunto alla temporanea conclusione che il lavoro si sposta in quei paesi in cui il costo assoluto è minore: il costo assoluto è un indicatore globale dove invece il salario è un indicatore relativo alle condizioni di vita: un indiano con 500$ al mese è almeno 5 volte sopra al minimo mensile mentre un italiano è sotto almeno di due volte.

Perdonatemi questa breve digressione di cui più in seguito sarà chiaro il motivo. Come fisico ho sempre avuto un "problema" con i numeri in senso assoluto... cioè sono sempre stato abbastanza bravo da far fare ai numeri quello che volevo quindi in assenza di un'interpretazione convincente i numeri non mi hanno mai convinto da soli. Paradossalmente da scienziato materialista mi sono reso conto, già prima di studiare la meccanica quantistica ma decisamente dopo averlo fatto, che non solo sono importanti i fatti ma risulta essere importante la percezione (osservazione) e l'interpretazione (causa-effetto) dei fatti. Infatti i fatti, la percezione e l'interpretazione sono rispettivamente oggettive, relative e soggettive cioè sempre meno "attendibili". Le cose cambiano un pochino quando invece del singolo si osserva la società nel complesso analogamente a come se invece di osservare il comportamento del singolo atomo si osservasse il comportamento del gas in generale: ecco che la bizzarra meccanica quantistica spiega le leggi che regolano i valori medi di pressione, temperatura e volume che caratterizzano lo stato termodinamico di un gas nel suo complesso.

Ritornando al concetto precedentemente esposto: se il profitto è funzione della differenza fra costo di produzione e vendita è evidente che la produzione debba necessariamente essere spostata dove il costo assoluto è minore. Una spiegazione materialistica che non mi soddisfa abbastanza perchè è come dire che l'acqua va verso il basso ma non spiega il perchè del concetto di "basso". Si ha un modello ma non si ha un'interpretazione. A questo punto si sono inseriti altri due libri "What You Got Here Won't Get There" (Goldsmith) e "Vincere!" di Jack Welch. Il secondo l'ho snobbato, a torto, per un lungo periodo a causa del suo titolo che mi pareva ossessivo e ossessionante (eppoi non mi piacciono le traduzioni).

Ebbene in questi due libri si enunciano dei principi riguardo alla classe dirigente che sono addirittura contro lo stereotipo di capo/padrone a cui siamo abituati. Cioè divulgano il concetto di leader come di persona eccellente anche e soprattutto nelle sue doti morali e sociali senza per questo farne, ovviamente, un romantico e un sentimentale. Da questa classe dirigente si modella una classe lavoratrice fortemente capace di fare squadra cioè con un senso di comunità molto molto forte proprio perchè la gerarchia premia il leader capace di sviluppare questi valori e comportamenti. Il profitto dell'azienda quindi non è una mera funzione di vendite meno costi ma è incentrato sull'eccellenza e la collaborazione (o in altri termini detta "amichevole/onesta" competizione). Si potrebbe classificare questi libri come banali utopie letterarie pregne di buonismo: aspettiamo un attimo prima di farlo perchè un giudizio affrettato potrebbe toglierci qualche sorpresa.

Ipotizzando che la collaborazione e lo spirito di gruppo siano il vero "valore" di un'azienda bisogna poi trovare un modello numerico che mostri il medesimo andamento della produzione in funzione della collaborazione (almeno questa condizione è vincolante perchè la misura della realtà non può essere contraddetta in quanto siamo alla ricerca di un modello migliore non di un'utopia). Potrei esemplificare in questo modo:
  • in una società piuttosto povera (gruppo di dispersi nella jungla) per il singolo individuo è meglio essere l'ultimo di una gruppo che "vince" (sopravvive) piuttosto che il primo di un gruppo che "perde" (estinzione) quindi la collaborazione è una necessità della base a prescindere dal fatto che l'organizzazione la premi oppure no.
  • in una società piuttosto ricca (turisti in spiaggia) per il singolo individuo è meglio non perdere la propria posizione all'interno del gruppo (individualismo) piuttosto che preoccuparsi delle performance dell'intero gruppo perciò se la struttura non premia la collaborazione la base tende all'individualismo.
Ma voglio essere ancora più specifico. Studiando la mia contabilità nell'arco degli ultimi 13 mesi: se idealmente dal mio budget mensile togliessi le spese che possono essere categorizzate in "lusso" risparmierei il 6% mentre se eliminassi le spese "superflue" cioè quelle spese che non sono strettamente legate al sopravvivere (auto, libri, tv, giornali, internet, pizza fuori, etc..) risparmierei almeno un altro 60% cioè riuscendo a sopravvivere con un terzo. La differenza sostanziale è che mentre l'eliminazione del lusso, nel mio caso, non ha particolari implicazioni ne' sullo stile di vita ne' sul bugdet l'eliminazione anche di quel 60% ridurrebbe a zero la mia capacità sociale. Ebbene questo significa che il 60% della nostra spesa, quindi delle nostre necessità, è impiegata per fare parte della società in cui viviamo (ad. es.: se eliminate il telefonino a un ragazzino/a eliminate le spese connesse ma in breve rimarrà isolato dagli altri).

Se traslate questo concetto nell'impresa si può affermare che una struttura che accetti o faciliti l'individualismo costa, a parità di prodotto, più del doppio. Una società che istighi all'individualismo richiede ai singoli una spesa più che doppia per la socializzazione. Quindi in definitiva l'individualismo ci costa, per produrre una stesso prodotto, circa 4/5 volte più di quanto ci costa la mera sopravvivenza.

Una volta tutto questo aveva senso in quanto noi producevamo e noi consumavamo quindi il "problema" era quello di "far girare" l'economia il più velocemente possibile (ecologia a parte). In un mondo globalizzato noi siamo principalmente consumatori mentre altri stanno diventando principalmente produttori. Ben venga se questo aiutasse a migliorare complessivamente il tenore di vita di tutti ma in realtà sappiamo che è vero solo se possiamo migliorare la qualità della nostra produzione cioè per analogia con il passato acquistare semilavorati e proporre al mercato globale prodotti finiti. Ma questo implica ovviamente di essere più bravi di quelli che forniscono i semilavorati perchè se non siamo capaci di essere più bravi allora i semilavorati sono prodotti e noi siamo consumatori.

Perciò, nonostante la mia iniziale perplessità e un filo di cinismo, mi sono reso conto che esistono due possibili risposte alla globalizzazione: livellare il costo della produzione (il che significa ridurlo nei paesi ricchi) oppure introdurre un sistema di produzione basato su collaborazione e eccellenza. I due valori non sono scollegati in quanto perchè possa esserci collaborazione occorre che si punti a un obbiettivo comune e per valutare la collaborazione in termini dell'obbiettivo comune occorre che ci si trovi tutti d'accordo sul metro di misura. Quello della meritocrazia è l'unico metro di misura oggettivo quindi necessariamente l'unico che abbia un valore intrinseco: l'eccellenza è il risultato della meritocrazia.

Immagino che sembri banale dire che per competere globalmente dobbiamo imparare a eccellere. Dire che per eccellere occorre improntarsi alla meritocrazia è già un passo ulteriore ma resta ancora un po' vago perchè occorre specificare a cosa si riferisce il merito. Vedere nella collaborazione la piattaforma su cui costruire realmente questo risultato ci specifica meglio il concetto di merito: dobbiamo privilegiare coloro che maggiormente contribuiscono al risultato comune.

A questo punto vi sarete accorti che la questione assume degli aspetti quasi "morali" nel senso che in qualche modo si premia chi meglio collabora al fine comune più di coloro che hanno comportamenti individualisti. Voi collaborereste con una persona che non sia degna della vostra fiducia perchè falsa? Ecco che la naturale risposta a questa domanda dimostra che la collaborazione necessita di doti morali per essere attivata. Vista in quest'ottica la produzione si sposta dove le doti morali sostengono naturalmente la collaborazione cioè dove quelle doti morali sono maggiormente diffuse cioè in quelle comunità che per effetto della loro povertà non hanno potuto sviluppare il lusso dell'individualismo!

IMPLICAZIONI
  • progetto -> la necessità di risolvere un problema è esterna cioè imposta dall'esterno (sfamarsi, curarsi, risolvere un problema, realizzare un opera, etc. etc.) in quanto necessità esterna esiste a prescindere dalla nostra volontà e quindi non ha bisogno di essere giustificata (quindi se manca questa "necessità" allora viene a mancare la necessità di questa struttura d'implicazione).

  • collaborazione -> comunanza d'intenti per il raggiungimento di uno stesso obbiettivo altrimenti ognuno procede per una direzione diversa e non è coeso con gli altri (impegno focalizzato).

  • condivisione -> condivisione del metro di misura altrimenti ognuno ha una diversa scala di priorità e non è coordinato con gli altri (impegno coerente) e condivisione delle informazioni altrimenti il gap informativo crea un perdita di coordinazione nell'azione (coordinazione dell'azione).

  • meritocrazia -> il metro di misura è oggettivo, non assoluto, ma relativo al raggiungimento del comune obbiettivo (stessa lunghezza d'onda).

  • eccellenza -> capacità di una struttura di sviluppare talenti che siano efficaci nel raggiungere l'obbiettivo comune (al cambiare dell'obbiettivo il metro e la struttura permangono ma emergono differenti talenti cioè l'organigramma evolve al cambiare dell'obbiettivo).
Il paragone, forse un po' banale, l'ho trovato con una luce focalizzata, coerente, composta da una sola lunghezza d'onda (laser) la quale si modifica per adattarsi al materiale su cui incide (diverso materiale = diversa lunghezza d'onda). Ma decisamente ritengo più importante invece l'ordine dell'implicazione.
  • collaborazione viene prima della condivisione perchè magari non si condivide quale soluzione adottare ma già si collabora perchè è stata percepita la necessità di affrontare una problematica e/o un progetto.

  • condivisione viene prima della meritocrazia in quanto il metro oltre a essere condiviso non è assoluto ma relativo all'obbiettivo comune da raggiungere quindi prima occorre aver condiviso la soluzione e da essa si modella il metro di misura.

  • meritocrazia viene prima dell'eccellenza infatti l'eccellenza non è un valore assoluto ma relativo a un'abilità specifica che quindi può essere più o meno importante rispetto al fine comune.
In effetti è proprio l'ordine di comparizione di questi "valori" che essendo necessaria diventa implicazione: la necessità esterna implica lo sviluppo di talenti adatti a soddisfarla mediante una struttura d'implicazione che non può essere arbitrariamente modificata pena l'inefficienza di soddisfare la necessità.

RICADUTE PRATICHE

Rispetto al diagramma d'implicazione sopra mostrato per il quale si parte da qualcosa che si vuole ottenere (progetto) e si arriva a determinare tutti i requisiti necessari e la loro interdipendenza:

progetto -> collaborazione -> condivisione -> meritocrazia -> eccellenza

ogni termine tanto è più in fondo alla catena d'implicazione tanto maggiormente ha una ricaduta pratica:
  • eccellenza -> innovazione e competitività perchè la struttura è "talent driven" e lo sviluppo dei talenti è "project driven".

  • meritocrazia -> aumento della produzione perchè il risultato paga sia in termini individuali sia perchè il metro di misura è stato adattato al raggiungimento del fine cioè l'individuo è premiato in funzione del suo contributo al fine comune quindi ci si aspetta che esso sviluppi il massimo impegno nella direzione comune.

  • condivisione -> formazione continua implicita perchè l'emersione dei talenti dovuta alla meritocrazia attraverso la condivisione ne rende disponibili le competenze. Se i talenti rimangono latenti non possono essere presi come modelli (necessità della meritocrazia) ma se manca la condivisione la loro competenza non può diffondersi nel gruppo (necessità della condivisione).
Per sviluppare la collaborazione occorre non solo che la struttura sviluppi un modello meritocratico ma che la base sviluppi doti morali adeguate. Sorvolo ampiamente sulla confusione che IMHO vige in Italia fra moralità (sostanza) e reputazione (apparenza), fra collaborazione (merito) e cameratismo (consenso). Tale dibatto penso abbia ampiamente riempito tomi di filosofia fra l'essere e l'apparire fra il giusto e il conveniente. C'è però un aspetto non trascurabile: chi non ha i mezzi intellettuali per capire cos'è giusto sceglie il conveniente (magari a breve termine), chi non ha le informazioni per valutare la sostanza sceglie l'apparenza (spesso basata su stereotipi: alta, bionda, prosperosa). Insomma anche con la buona volontà senza cultura e libera informazione è difficile sviluppare doti morali adatte alla collaborazione. La collaborazione si basa anche sulla fiducia negli altri ma la fiducia negli altri si basa sulla fiducia in se stessi e nelle proprie capacità di saper giudicare gli altri cioè per evitare di fidarci di persone non degne.

Un primo passo dovrebbe essere elevare il concetto di fiducia cioè invece che basarlo sul consenso (mi fido perchè sei mio amico, sei mio amico perchè mi dai ragione) basarlo sul merito (mi fido perchè contribuisci al fine comune). In questo modo il cameratismo viene sostituito dalla collaborazione e il consenso viene sostituito dalla meritocrazia. Ognuno di noi potrebbe pensare "io non sono mica così superficiale" eppure ho come l'impressione che sia molto facile indulgere in quelle piccole bugie (white lies) che apparentemente ci semplificano la vita ma che in realtà ce la complicano intrecciando la nostra vita privata e pubblica. Una cosa non banale che ho trovato nei libri citati, WGYHWGYT in particolare, è come evitare le penose bugie per amore del quieto vivere (a scapito della trasparenza) e nello stesso tempo come evitare inutili e ostili confronti.

Comunque la parte più affascinate è il fatto che il successo di un gruppo in qualche modo necessiti non solo di una struttura ma anche di doti morali (il che non significa che qualsiasi morale o religione funzioni bene anzi è evidente che la superstizione inibisce lo sviluppo della scienza e quindi della tecnologia) e questo spiegherebbe ampiamente la naturale inclinazione dell'uomo a strutturarsi in gruppi e a darsi delle regole morali (anche se non necessariamente tali strutture e tali morali hanno come scopo l'eccellenza nel soddisfare i bisogni del gruppo piuttosto che invece i bisogni del singolo individuo ad esempio il sovrano). Assumendo che per selezione naturale abbiamo sviluppato in modo naturale la tendenza a strutturarci nel modo sopra esposto chi fosse in grado di modificare la percezione di "necessità esterna" è in grado di modificare l'obbiettivo comune a suo vantaggio. Sembra una cosa ovvia perchè la pubblicità influenza le nostre decisioni ma non ho detto questo infatti la pubblicità influenza il nostro metro di misura (sete = bevo acqua, sete + gioia = bevo cola). Quello a cui mi sto riferendo è un intervento di persuasione più a basso livello: "per essere felice devi essere ricco." Una tale persuasione distrugge la struttura sociale stessa perchè associa la necessità di "essere felice" a uno scopo altamente individuale "essere ricco". La truffa è che l'uomo inteso come animale sociale selezionato per fare gruppo (la necessità di fare gruppo nasce dalla necessità di sopravvivere alle avversità) non può essere felice se estraniato da un ambiente sociale. Quindi più diventa ricco, più diventa individualista, più diventa individualista, più deve spendere per poter avere rapporti sociali.

Ipotizzando che la felicità risieda nella aver soddisfatto una necessità insieme al gruppo sociale di appartenenza allora la globalizzazione intesa come sfida se affrontata in maniera adeguata all'interno di un gruppo sociale potrebbe portare alla felicità. A me pare che l'unica risposta accettabile alla globalizzazione sia la collaborazione a livello locale nel senso che se la globalizzazione risulta essere distruttiva per l'individuo individualista è sufficiente sacrificare l'individualismo affinché l'individuo si "salvi" nella collaborazione locale. Il concetto di locale però non deve trarre in inganno: esso non si riferisce al mero concetto di geografia (geograficamente vicini) ma potrebbe avere eccezioni più ampie come il concetto di vicinanza per similitudine d'intenti, di morale, di convinzioni, o di qualsiasi altro tratto materiale o ideale che permetta un certo grado di distinzione e quindi di riconoscimento.

venerdì 26 giugno 2009

moralità o politica?

Un parroco scrive una lettera aperta che Repubblica pubblica online:
Su un blog che riporta quella la lettera ho lasciato un commento:
che riporto in calce a questo post perchè penso contenga degli elementi di riflessione:

Il messaggio cristiano è attuale, ha dimostrato di saper persistere e diffondersi anche là dove la chiesa era inesistenti e i fedeli oppressi (russia) su questo non si discute anzi da questo si parte, appunto.

Il problema morale non è solo di Berlusconi infatti basta leggere “Vaticano S.p.A.” basato su 4000 documenti ufficiali trapelati per capire che va fatto quello che avrebbe voluto papa Luciani: ripulire la chiesa dalla spregiudicata gestione dello sterminato patrimonio terreno. Un compito di certo non banale, di certo non alla portata del singolo pastore e del singolo fedele.

Comunque senza questo presupposto qualsiasi supposizione di predominanza morale della chiesa è del tutto infondata e presuntuosa e nulla serve a dire che molti degli uomini che la compongono sono di buona volontà e che la perfezione non è umana. Infatti se errare è umano, il perdono è divino, la tolleranza di certo è il lasciapassare per la corruzione morale e non solo.

Berlusconi imprenditore mediatico si protegge con il Berlusconi politico che sparla di valori esattamente come la chiesa terrena si protegge con il messaggio spirituale. Non c’è niente altro da aggiungere a parte che chi vuole la trasparenza, la giustizia e il rispetto dei valori cristiani ha un grosso trave nell’occhio di cui occuparsi. Mettere all’indice Berlusconi è ipocrita se non si riesce a mettere all’indice la chiesa terrena. Anche perchè Berlusconi come ogni uomo ha un tempo limitato a sua disposizione per sbagliare mentre, molto più grave, una chiesa corrotta dalla ricchezza ha il futuro della cristianità da corrompere e degradare. Il monopolio mediatico di Berlusconi è esattamente equiparabile al monopolio apostolico della chiesa terrena e ambedue paiono avere affari più importanti della propria questione morale di cui occuparsi (le questioni morali degli altri sono sempre le benvenute, invece?).

Il problema comunque è molto più profondo che morale. Il problema è che se non si insegna alle persone a utilizzare la propria testa per elaborare i messaggi (dalla pubblicità al vangelo) ci sarà sempre un qualche monopolio cioè una qualche potere che si basa sulla menzogna. Ma insegnare alle persone a pensare in modo critico e indipendente le rende libere di cercare la verità. Oggi come duemila anni fa la libertà e la verità, che sono intimamente interconnesse, sono il più rivoluzionario dei crimini.

Ora se vogliamo essere coerenti dobbiamo ammettere che le questioni morali sono intrinsecamente personali e quindi tollerare il comportamento di Berlusconi, vivere in pace con una rivelazione come “Vaticano S.p.A.”, accettare la libertà di aborto, la ricerca sulle staminali e curarci della nostra anima confidenti che verrà il Signore a giudicare e a separare il grano dalla paglia. Oppure possiamo decidere che la morale è una questione pubblica ma allora dobbiamo occuparcene in modo coerente, senza ipocrite riverenze per nessuno, senza timore che la verità ci ferisca. Personalmente sono favorevole ad ambedue le posizioni purché ognuna sia portata avanti con coerenza: sia privata o sia pubblica la questione morale non si può limitare solo a Berlusconi. Altrimenti si dica pure che la chiesa è ritornata a fare attivamente politica, analogamente a come ha fatto Berlusconi con la caduta del PSI, la chiesa ha cominciato a fare politica in prima persona dopo la caduta della DC. Se la questione morale si limita a Berlusconi allora si dica che è, in verità, una questione politica. Ma le questioni politiche sono l’avanguardia diplomatica delle questioni economiche. Quindi qual’è il punto di mediazione? Più soldi per le scuole cattoliche? Più esenzioni per la chiesa terrena? Se non è una questione morale allora non è importante la verità (e la verità non può essere fatta a metà, non può adattarsi alle esigenze del momento). Se la verità non è importante allora il silenzio e la menzogna hanno sempre un prezzo alla quale possono essere comperato o venduta: duemila anni fa quel prezzo fu 30 denari!

lunedì 22 giugno 2009

ancora grill

Non so resistere alle offerte così quando all'ipercoop offrivano gazebo, tavolo e sedie in teak ho dovuto comperare tutto il set. Poi si sa come vanno queste cose... la mia ragazza mi ha regalato il grill e mio padre mi ha costruito un lavandino con mobile in acciaio. Non ho potuto resistere all'offerta della metro per un mobiletto/tavolino in cui mettere le posate e il necessario per le rosticciate.

Temo proprio che a breve comperò un lettino da giardino in betulla. E' la fine, l'anno scorso mi sono rifiutato di colonizzare il terrazzo ma pare che quest'anno ci sto cominciando a vivere e la cosa che mi sta preoccupando è che ormai pranzo al barbeque, ceno al barbeque e questo fine settimana ho cogelato 20 litri di peperonata fatta in casa e 20 litri di salsa di verdure fatta in casa. Con questo stile di vita temo che non durerò molto... il cardioparto è in agguato a trigliceridi precoci e assassini!

Per concludere sono arrivate le tasse e sono state particolarmente miti rispetto alle previsioni... anche se così non fosse non sarebbe cambiato nulla perchè ho una sterminata fiducia in me e nel mio coraggio ma questo mi dà la sensazione che la cosa del grill a pranzo e cena andrà avanti per molto tempo ancora... eppure dovrei imparare il francese eppure dovrei fare un'esperienza a Londra... tutto inutile doppio caffè dopo il grill e il giorno dopo è così di nuovo.

Facevo zapping in tv perchè ogni tanto occorre fare qualcosa di stupido e una scena mi ha evocato una sequenza di ricordi di quando ho passato un mese di vacanza a Malta. Uno vive e in qualche modo dimentica, la vita procede e non si ricorda. Poi di colpo ecco che una scena ci evoca un flash back e da quello tutto una sequenza. Non c'è speranza... dico sul serio ho capito!

Non c'è speranza... non c'è proprio speranza che io rientri nel concetto di normalità. così come costituito dalla moda. Che sia una vacanza in un paese straniero, che sia una grigliata, che sia un progetto o un viaggio, una serata in discoteca, sono capacissimo di farlo insieme a molti o completamente da solo. Non è questione di essere asociali è questione di essere pervicacemente autonomi. Significa non essere strettamente dipendenti dagli altri che poi si traduce in non dover sempre cercare il compromesso con tutto quanto il resto fuori da sè.

A volte mi capita di pensare che gli altri mi reputino inaffidabile ma non è vero! Non è vero che sia incompreso, anzi. Il problema è che spesso le persone non si sentono pronte a confrontarsi con qualcuno che non abbia bisogno di loro più, o almeno altrettanto, di quanto loro non abbiano bisogno degli altri. Semplicemente non si aspettano che a volte basti semplicemente chiedere che non sia strettamente necessario un rapporto di forza per mantenere il controllo, anzi.

Non è una caratteristica unicamente legata alla mia persona. Mi sono accorto che le persone che mi stanno accanto l'acquisiscono in qualche misura. Non dico che questo le renda necessariamente felici ma sicuramente le rende molto più libere. Ma in una certa misura le rende anche disumane nella misura in cui essere umani significa cercare gli altri perchè se ne ha bisogno.

domenica 7 giugno 2009

ricetta per il marzapane

Lista degli ingredienti per 280gr di marzapane:

  • 125gr di zucchero a velo
  • 125gr di mandorle tritate
  • un albune d'uovo
Le mandorle devono essere tritate finemente e per ottenere questo risultato occorre mettere le mandorle nel congelatore. Altrimenti quando si vanno a frullare espellono l'olio e s'impastano con le lame del trituratore. Anche lo zucchero può essere polverizzato con il tritatutto.

Per ottenere la pasta di marzapane mescolare lo zucchero a velo con le mandorle finemente tritate e quindi ammalgamare il tutto usando l'albume d'uovo. Stendere la pasta di marzapane con un mattarello su un piano liscio e cosparso con altro zucchero a velo. La pasta così stesa va tagliata e lavorata in palline che poi andranno sistemate in frigo per almeno una notte e comunque conservate in luogo asciutto, buio e fresco.

Le palline di marzapane possono essere colorate con coloranti alimentari. Ovviamente si possono fare delle composizioni colorate di rosso, verde, giallo o arancione in maniera da modellare il marzapane come fosse pongo colorato.

sabato 6 giugno 2009

fiat - opel

Si favoleggia che all'esterno dello stabilimento della Opel in Germania sia apparso un misterioso graffito vergato con un perentorio colore nero su sfondo bianco:

I migliori esperti di comunicazione del mondo sono stati ingaggiati nel tentativo di svelarne il segreto messaggio di cui rimangono ignoti anche gli autori. Comunque da indiscrezioni fatte da fonti indicibili pare che sia stato scritto in lingua italiana!