che addirittura è proposto come "rapporto sulla gioventù" nel quale attraverso una testimonianza si cerca di fare la radiografia alla "generazione nè-nè" cioè nè studio nè lavoro. La lettura di questo articolo mi ha particolarmente infastidito incluso una decina dei 199 commenti che vi erano riportati perchè, opinioni a parte, mi pare che alla fine si cerchi di mettere insieme un caleidoscopio di pregiudizi, luoghi comuni e casi particolari nel tentativo di comprendere un fenomeno che si afferma sociologi e psicologi conoscano bene ma che di fatto non viene per nulla spiegato se non attraverso, appunto, casi particolari e opinioni. Insomma come al solito mi pare un articolo tipico di quell'informazione senza approfondimento che per altro non riporta dati statistici completi, bibliografia e riferimenti né a supporto della tesi, qualora vi sia espressa una tesi, né a supporto dell'approfondimento.
Degli ignavi parlava già Dante e che la loro esistenza provochi stupore o debba essere il tema di un articolo o di uno studio demografico mi pare decisamente eccessivo. Questa posizione si può riassumere in "non ci sono più i giovani di una volta" quando invece c'erano allora e ci sono anche oggi. Altro ritornello quello, in puro stile anni '70, che cerca di dare la colpa alla famiglia: gli ignavi sono aumentati a dismisura per via del comportamento apprensivo e assistenzialista dei genitori che ne hanno fatto dei bamboccioni incapaci di sostenere la fatica di vivere produttivamente. Ma anche questa è una dietrologia che vale poco perchè, anche qualora fosse vero in termini statistici che vi sia una qualche correlazione non trascurabile fra benessere di famiglia e pigrizia della prole, comunque non sembra aiutare nè a comprendere il fenomeno nella suo interezza nè a comprenderne le ragioni. Questa posizione si può riassumere in "ben fanno quelli che se lo possono permettere di non far nulla". Infine si cerca di spiegare il fenomeno addossando le responsabilità al sistema che non prevede un cambio generazionale nella società del lavoro salvo però poi affermare che quelli che vanno in pensione lasciano il posto ai figli, mogli, amanti, amici e congiunti. Questa posizione si può riassumere in "aspettano che i loro genitori vadano in pensione per andare a lavorare".
La domanda che evidentemente si pone è: "perchè i giovani non studiano e non lavorano più?". Credo che la domanda. eventualmente, giusta da porsi sarebbe quella del: "perchè i giovani dovrebbero studiare e lavorare?". Partiamo dallo studio: una volta la scuola era abbastanza qualificante e se si proseguiva all'università si poteva sperare, in assenza di aiuti famigliari e amicizie, di eccellere e andare a fare carriera all'estero. Oggi le scuole sono molto poco qualificanti: si distribuiscono nozioni ma non si insegna alcun metodo di studio e di ragionamento quindi si arriva all'università incapaci di studiare autonomamente. Le università si sono date un nuovo ordinamento permettendo allo studente di superare l'esame di un corso facendo tanti piccoli scritti, cioè spezzettando in unità sempre più piccole il sapere in maniera che possa essere tenuto a mente. Però affinché le nozioni possano formare cultura e conoscenza debbono essere personalmente rielaborate dallo studente e ordinate in uno schema concettuale che permetta di poter vedere ogni singola nozione come il tassello di un mosaico più grande. Il valore aggiunto della cultura non è la nozione, il tassello, ma essere riusciti a crearsi un'immagine interiore del mosaico nel quale ogni tassello ha un suo posto, un suo nesso e un suo senso. Perciò anche lo studente migliore sa che difficilmente con un sistema scolastico e universitario così organizzato potrà competere globalmente: nessuna carriera in Italia, come prima, nessuna carriera all'estero. Perciò la maggior parte di quelli che non possono accedere a strutture didattiche altamente qualificate sviluppa il serio dubbio che ciò fa avrà mai un qualche risvolto pratico. Inutile dire che la se la cultura è anche un piacere questo piacere è dovuto alla visione complessiva del mosaico non certo all'analisi superficiale di un certo numero di tasselli. Perciò oltre allo stimolo pratico cessa anche lo stimolo morale allo studio. Si studia il poco necessario per poter rimanere in classe con i propri amici, nè più, nè meno.
Il mondo del lavoro ha subito una radicale trasformazione dovuta a una parziale liberalizzazione del mercato del lavoro. La flessibilità esiste quasi solo per i giovani mentre la maggior parte delle persone di mezza età sono vincolati da contratti inscindibili, salvo quando chiudono interi stabilimenti. La cosa buffa, ma che non fa ridere, è che in questo modo per flessibilizzare il mercato dei lavoratori over 35 bisogna, di fatto, delocalizzarlo altrove: "tengo famiglia non mi licenziate" = "perdo il posto di lavoro mio e anche quello per mio figlio". Quindi i giovani cambiano continuamente lavoro, sottopagati e senza possibilità di fare carriera, trovandosi costantemente sottomessi a persone che in media stanno dove sono semplicemente perchè erano lì prima.
Per cosa si lavora?
- per costruire una carriera di successo
- per vivere dignitosamente
- per fare e crescere una famiglia.
Perché si parla solo di quelli fra 15 e 35 anni? Perché gli ignavi convinti sono solo in questa fascia di età? Semplicemente perchè si è guardato solo a quella fascia di età. Primo perchè sotto ai 15 anni è molto difficile distinguere ciò che è tipico dell'individuo piuttosto che essere tipico dell'ambiente sociale e famigliare dal quale proviene. Secondo perchè se si osserva la disoccupazione over 35 si tocca il dramma: si comprende che non si tratta di una generazione nè-nè ma di un problema sociale. Il mondo del lavoro è flessibile cioè estremamente precario per coloro che non hanno un posto fisso e di contrappasso probabilmente umiliante per la maggioranza degli altri che in funzione di questa supposta garanzia sottostanno a qualsiasi compromesso. C'è un'enorme sperequazione di trattamento fra le varie tipologie contrattuali ma soprattutto quello che genera la così detta generazione nè-nè è che tale discriminazione è principalmente rivolta a loro danno. Semplicemente non ci sentiamo parte della società perchè la società non ci offre nessun realistica possibilità, a fronte di un impegno grande a piacere, di ottenere almeno una delle tre cose importanti della vita: carriera, famiglia, dignità.
La generazione nè-nè dovrebbe lavorare oggi per pagare le pensioni dei loro nonni, dovrebbe lavorare domani per pagare le pensioni dei loro papà. Ma la generazione nè-nè sa benissimo che per loro non ci sarà pensione. La generazione nè-nè nasce dal trovarsi di fronte a un bivio: riuscire a ottenere abbastanza successo da pagarsi la pensione da soli oppure godersi la vita finché si è giovani, arricchirsi di sempre nuove esperienze e magari di conoscere la persona giusta, di avere l'idea giusta, di emigrare nel paese giusto o per lo meno di salvare il salvabile: se stessi. Questa posizione si può riassumere con "ho visto persone lavorare fino a disfarsi, fino a esaurirsi e poi ho visto che le gettavano da parte come oggetti, ho visto altri vivere della loro fortuna, senza fatica, senza merito se potessi scegliere sceglierei ma se non posso scegliere allora preferisco non giocare a questo gioco perchè ho solamente da perdere".
La generazione nè-nè non esiste! Esistono quelli che possono vivere senza lavorare, quelli che sono ignavi dalla nascita, quelli costretti a lavorare (fin quà in proporzioni variabili sono tutte categorie sempre esistite) e infine, novità di questi tempi moderni, quelli che scelgono più o meno deliberatamente di non fare parte del sistema; semplicemente perchè il sistema a cui gli si chiede di aderire è un tritatutto e loro sarebbero la carne da macinare. La generazione nè-nè non esiste! Invece esiste una profonda disomogeneità nelle condizioni di lavoro e una diffusa assenza della merito come metro di giudizio, di carriera, di successo e quindi di etica.
I nostri nonni hanno chiesto ai nostri padri di pagare la loro pensione dandogli in cambio un paese ricostruito dalla guerra. I nostri padri hanno ereditato la quinta potenza industriale mondiale e l'hanno ridotta a un paese di corrotti, incapaci, fannulloni, ipocriti, lecchini, ballerine e sultani. Ci chiedono di pagare la loro pensione ma cosa ci offrono in cambio? Ci hanno messo al mondo, cresciuti e viziati perchè pagassimo la loro pensione? Ma i loro padri non li hanno messi al mondo e cresciuti al meglio delle loro possibilità? Il patto sociale è che noi si erediti un mondo migliore dai nostri padri che ci hanno messo al mondo e cresciuto; noi in cambio paghiamo la loro pensione e mettiamo al mondo dei figli, li cresciamo e gli lasciamo un mondo migliore così che i nostri figli faranno con noi quello che noi abbiamo fatto per i miei padri. Se questo non avviene il patto sociale salta, magari salta una generazione, magari crolla. La generazione nè-nè non esiste! Esiste una generazione in attesa di sapere quale sarà il nuovo patto sociale, nè più, nè meno. Se la generazione nè-nè non ha fatto un altro '68 è solamente perchè ci avete comperato la playstation, siamo stati viziati abbastanza da non sentire il bisogno di ribellarci, silenziosamente, pazientemente, dolcemente, stiamo aspettando di sostituirvi lasciandovi, nel frattempo, un ampio margine di manovra per continuare a fare peggio di ora. Questo - soltanto questo - è il nostro peccato: non buttare a gambe all'aria coloro che hanno infranto il patto sociale! Per questo non ci punite se non con i vostri asfissianti luoghi comuni.
